Make your own free website on Tripod.com

Movimento Libertario

Promozione della Democrazia
Home
La nostra missione
Ultime notizie
Politica Economica
Politica Sociale
Politica Istituzionale
Pivilegiati d'Italia
Politica Internazionale
L'Italia nel contesto Europeo
L'Italia e le Istituzioni Internazionali
Iran
Cuba
Medio Oriente e Africa
Conflitto Israelo-Palestinese
Islam e Occidente
Guerra contro il Terrorismo
America Latina
Promozione della Democrazia
Onu
Stati Uniti
Europa e Relazioni Transatlantiche
Mass Media
Come Partecipare
Appuntamenti
Newsletters
Commenti
Cerca
Links
Contattaci

Opinioni,Editoriali,Reportage,Lettere

Opinione 
 
La Terza Intifada
 
di Amir Taheri
 
"Da ora parlerà la piazza palestinese".Questa fu la minaccia di Arafat alla fine del 2000,quando il ciclo finale dei colloqui di pace promossi dall'allora Amministrazione Clinton,andarono in fumo per colpa del leader palestinese.
Facendo il segno di vittoria,Arafat annunciò che ci sarebbe stata un esplosione di "rabbia nelle strade palestinesi".
 
Dopo quasi quattro anni,questo è ciò che sta accadendo nei territori da lui controllati.
Ma questa volta la "rabbia della piazza palestinese" non è rivolta contro Israele, nè contro gli Stati Uniti.
 
Stavolta è rivolta contro di lui e contro la nomenklatura cinica e corrotta che forma il suo entourage.
Quello che sta avvenendo a Gaza e,in crescente misura nella West Bank,è un Intifada positiva con l'obbiettivo di rovesciare un altra dittatura araba.
 
Contrariamente alle ultime due,comunque,questa intifada ha davvero sostegno popolare.
Non è una storia inventata da qualche macchina politica sostenuta da questo o quel paese straniero.
 
Non è neanche un irresponsabile esercizio di violenza contro i civili.
Siano essi israeliani o palestinesi,questa nuova intifada ha tre obbiettivi principali:
 
Il primo è riaffermare il potere del popolo contro una leadership che consiste in larga parte da immigrati che non hanno mai vissuto realmente in palestina.
Arafat e la sua corte sono stati importati nei territori da Shimon Peres,l'allora ministro degli esteri israeliano,come mezzo per prevenire la nascita di una leadership palestinese locale.
 
Molti degli uomini di fiducia di Arafat sono ricchi uomini d'affari che investono nei paesi del Golfo,in Europa e negli Stati Uniti.
Non hanno speso un soldo a favore delle popolazioni di Gaza e della West Bank.
 
Nonostante molti di loro siano nati in palestina,sono nei fatti un elite coloniale sostenuta da diverse potenze straniere nel corso degli ultimi quarant'anni.
 
Il secondo obbiettivo della nuova intifada è quello di far sì che islamisti come Hamas e la Jihad Islamica non prendano il controllo della situazione in un momento in cui l'impegno da parte di Sharon di ritirare le truppe da Gaza è visto dalla maggioranza dei palestinesi come un gesto sincero.
 
Sia Hamas che la Jihad Islamica avevano minacciato di far di tutto pur di impedire ad Israele di completare il ritiro dalla città.
In poche parole,essi non sono interessati a riavere i "loro" territori,ma semmai a distruggere lo stato ebraico.
 
Tuttavia,la nuova intifada rappresenta coloro che vogliono il ritiro israeliano dalla città,ma che sono pronti a gestire responsabilmente l'amministrazione della città.
 
Il terzo obbiettivo è quello di dire alla comunità internazionale che deve cessare di dare soldi agli opportunisti che siedono accanto ad Arafat.
Il messaggio è rivolto principalmente all'Unione Europea,che dà milioni di euro alla sua leadership,attraverso i quali egli fà ciò che vuole.
 
Arafat ha usato parte del denaro per promuovere la propria immagine.
Quando si trova dinnanzi ad un critico,chiede sempre:'Questo quanto vuole?'.
 
La comunità internazionale sa poco del livello di corruzzione all'interno del suo regime.
Quasi tutti nei territori sanno che circa una dozzina o più di personalità influenti,molti di loro parenti di Arafat,controllano l'economia di Gaza e della West Bank.
 
Non a caso,uno degli slogan più comuni di questa nuova intifada è 'Basta con la corruzione'.
La comunità internazionale è inoltre ignara del clima di terrore che Arafat ed i suoi hanno creato.
 
Ci sono molti più palestinesi rinchiusi nelle carceri palestinesi che in quelle israeliane.
I giornalisti,gli avvocati,gli attivisti per i diritti umani e finanche alcuni parlamentari vengono spesso malmenati o intimiditi dagli assassini assunti dal 'rais'.
 
I giornali vengono censurati e le radio indipendenti costrette a chiudere.
I negozi appartenenti a cittadini sospettati di essere oppositori di Arafat vengono anch'essi costretti a chiudere.
 
Il dittatore palestinese ha già distrutto tre gabinetti di governo,nonostante i loro membri avessero una maggioranza sostanziale in ognuno dei tre.
Il quarto gabinetto governativo,sotto Abu Ala,sta anch'esso per cadere.
 
Sotto tali circostanze,la cosa migliore da fare per Arafat è mettersi da parte e far sì che siano i palestinesi a scegliersi una loro leadership in grado di soddisfare i loro bisogni.
Arafat,però,non ha intenzione di cedere.
 
Questo comportamento è ulteriormente incoraggiato da alcuni paesi occidentali che non hanno alcuna idea di ciò che sta avvenendo realmente nei territori.
Il ministro degli esteri francese Michel Barnier ha incontrato Arafat a Ramallah e lo ha definito 'simbolo della nazione palestinese',proprio mentre la 'piazza palestinese' chiedeva la fine del suo regime.
 
Ed il nuovo governo spagnolo,ansioso di accontentare i terroristi arabi,ha espresso il suo 'forte sostegno alla leadership di Arafat'.
 
L'Unione Europea,le Nazioni Unite e gli altri membri della cosidetta opinione pubblicat internazionale hanno corteggiato per anni Arafat,sottolineando il suo 'ruolo storico'.
 
Se Arafat abbia o no alcun valore storico,se ne potrà sempre discutere.
Ma ciò che è ovvio è che egli è un despota corrotto che ha portato il suo popolo alla distruzione ed alla fame, mentre i suoi uomini torturano i dissidenti.
 
La tragedia di tutto questo è che i palestinesi sono tra i più colti tra le nazioni cosidette arabe.
Una migliore leadership palestinese potrebbe nascere facilmente dall'attuale nuova intifada,a patto che il potere in mano per anni ad un solo uomo,torni al popolo.
 
In tutto ciò,la decisione di Sharon di mantenere Arafat rinchiuso in un bunker di Ramallah potrebbe esser divenuta controproducente.
Certo,era una buona idea obbligarlo a rimanere in palestina piuttosto che viaggiare attorno al mondo ed andare a Parigi ( dove possiede una casa di lusso).
 
Comunque adesso Arafat si presenta come un mini-martire perchè non gli viene permesso di uscire dal bunker di Ramallah.
La verità è che non c'è nessun luogo nei territori palestinesi dove possa andare.L'ultimo tentativo è finito male a Ramallah,dove le centinaia di persone riunitesi per vederlo hanno cominciato a gridare:'E' tempo che ti fai da parte,Yasser!'.
 
Forse è giunto il momento che Sharon rimuova le restrizioni ad Arafat e lasci che siano i palestinese a rimuoverlo dal potere.
 
Non ci sarà pace in palestina senza la democrazia.E non ci sarà democrazia fino a quando il regime tirannico di Arafat,finanziato dall'Unione Europea e sostenuto dalla 'comunità internazionale',impedisce ai palestinesi di decidere liberamente il proprio destino.

Editoriale

Il Linguaggio delle Riforme
 
di Nir Boms ed Erick Stakelbeck
THE WASHINGTON TIMES

Pubblicato il 14 Luglio 2004

 

http://washtimes.com/op-ed/20040713-080938-8215r.htm

 

Uno degli aspetti più curiosi del passaggio di poteri al nuovo governo iracheno la settimana scorsa,è stato la reazione dei governi dei paesi vicini.

In particolare,quelli che solitamente sono tutt'altro che democratici.

 

I mullah dell'Iran,ad esempio,hanno accolto con favore l'evento,"poichè gli iracheni hanno riconquistato la loro sovranità".

Allo stesso modo,la portavoce del governo giordano ha ribadito che "tale evento pone le basi per la ricostruzione delle istituzioni politiche,economiche e sociali",mentre il ministro degli esteri egiziano,Ahmad Maher,lo ha definito "una opportunità per gli iracheni di gestire i propri affari e di riprendersi la propria sovranità".

 

Il ministro degli esteri siriano,Ahmad Haj Ali,ha espresso la preoccupazione per "il futuro degli iracheni",dicendo ad Al Jazeera che "nuove minaccie alla sicurezza saranno la conseguenza diretta della presenza americana" e che "molti problemi sono stati creati da questi ultimi stessi."

 

A giudicare da questi commenti,parrebbe che alcuni di quegli stessi paesi mediorientali che hanno per anni ignorato le atrocità commesse da Saddam Hussein,siano ora divenuti fedeli difensori della democrazia e dei diritti umani in Iraq.

Non è un caso,dato che le elite al potere in quei paesi sono del tutto consapevoli che la spinta democratica americana nel Medio Oriente ha acceso il dibattito interno alle loro società.

 

Infatti,mentre molti regimi mediorientali continuano a ripetere che non accetteranno mai riforme e democrazia imposte da fuori,in particolare dagli Stati Uniti,il dibattito interno sulla questione è abbastanza acceso.

Solo quest'anno si sono svolte conferenze sulla democrazia,in vari paesi arabi quali il Marocco,l'Arabia Saudita,il Qatar,lo Yemen,l'Egitto,la Giordania e la Tunisia,e persino i giornali locali ne discutono ogni giorno.

I leaders arabi ne stanno parlando spesso durante i loro discorsi pubblici.

Finanche il dittatore siriano e la famiglia reale saudita.

 

"Non lo ammetteranno mai,ma fino a qualche anno fa pochissimi osavano affrontare la questione",dice un diplomatico giordano a Newskeek."Oggi,invece,ne parlano tutti."

Proprio un mese fa,più di cento democratici arabi,personalità politiche e riformatori hanno partecipato alla conferenza sulla democrazia e le riforme,tenutasi a Doha,in Qatar.

 

La dichiarazione finale conteneva un linguaggio finora mai ascoltato da un arabo e un mediorientale riguardo le riforme in Medio Oriente.

La dichiarazione diceva che "il cambiamento democratico è ormai divenuto indispensabile".

 

Allo stesso modo,alcuni ministri arabi si sono dati appuntamento al Cairo a maggio scorso,per sottoscrivere un piano di riforme democratiche,accogliendo anche proposte di paesi quali l'Egitto,la Giordania,la Tunisia,il Qatar,e così via.

Tuttavia,la Lega Araba ha affrontato la questione in maniera diversa.

 

Dato che i movimenti per la democrazia sono visti,da molti regimi autoritari della regione,come una minaccia,non c'è da stupirsi che la questione non sia stata affrontata durante il Summit.

La conferenza che originariamente avrebbe dovuto svolgersi a Marzo,ha finito per essere rinviata a Maggio,per via delle differenze dei vari paesi sul contenuto del piano americano per la Democrazia nel Grande Medioriente .

 

Tuttavia,alla fine,nonostante alcuni momenti di discussione accesa,la Lega Araba ha approvato un documento di 13 punti,nel quale per la prima volta ci si impegna nel cammino delle riforme democratiche.

Nonostante abbia ricevuto una fredda accoglienza dai governanti arabi,l'iniziativa è riuscita a stimolare una agguerrita concorrenza europea nell'ambito della promozione della democrazia.

 

L'Unione Europea ha aumentato i fondi per il per il "Piano di Barcellona",che inizialmente fu promosso nel 1995 e che riguarda 12 paesi Mediorientali,tra i quali l'Egitto,la Giordania,il Libano,la Siria,la Turchia e l'Autorità Palestinese.

L'Unione ha stanziato di recente 6,6 milioni di dollari per il programma di sostegno ad un'area Euro-Mediterranea di pace e stabilità,basata sui principi fondamentali quali il rispetto dei diritti umani,la democrazia,lo stato di diritto,il bisogno di avere relazioni normali con i propri vicini.

 

Tuttavia, resta da vedere se i paesi della regione accetteranno il piano europeo.

Nonostante il dibattito tra i leaders arabi sia solo di facciata,esso è un buon punto di partenza.

 

La differenza tra riforme imposte da fuori e quelle fatte dall'interno dei vari paesi in questione,prescinde dal fatto che la questione viene oramai affrontata in tutta la regione,dando così un'opportunità agli Stati Uniti ed i suoi alleati di portare la libertà in paesi dove essa manca.

 

Nir Boms lavora alla Fondazione per la Difesa delle Democrazie (www.defenddemocracy.org )

Ha collaborato alla creazione del suddetto sito web.